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mercoledì, ottobre 11, 2006
Parte II
A 4 anni ho conosciuto il ragazzo che molto tempo dopo per la prima volta mi avrebbe amata. Roba di gambe su gambe, mani, pelle e bocca.
Lo ricordo piccolo, con la pelle scura; fra le sedie in formica dell’asilo tentavo di sedurlo toccandogli il gomito. La sua pelle, è chiaro, è una delle cose più vecchie che io conosca e che per sempre amerò.
Poi mi è venuto uno shock, ma non a causa sua. È che lì non potevo proprio stare.
Odiavo le canzoncine e il pongo. Odiavo alzarmi al mattino e vestirmi e sentire freddo. Odiavo i bagni a misura puffo e la fila indiana. Così, come protesta civile, ho mandato fuori asse un occhio. Insomma, il dottore disse che ero stata io, da dentro, a coltivare questa imperfezione e a tramutarla in un messaggio. Perché già lo sapevo che gli occhi sono lo specchio dell’anima e la mia era storta. Quindi avevo un occhio blu normale e l’altro che era un momento andato in trasferta. Ovvio che arrivarono i dottori, le analisi, le sale operatorie, l’occhio normale che pazzo di gelosia mi andò in trasferta pure lui, e di nuovo dottori, analisi, aghi... poi lui, il grande protagonista. Il buio.
Bende agli occhi, luci spente, tapparelle abbassate; in camera c’era un vecchio che sembrava sputato Beckett. Per questo ho sempre pensato che il suo fosse il teatro di chi ha avuo un black out con la reltà. Ecco, io e il vecchio eravamo in black out.
Poi sono finita alle elementari, ho trovato un nuovo gomito da sedurre, mi sono prima messa una benda da pirata color cipria, alternata una volta a destra e una a sinistra, poi occhiali grandi come quelli della mondaini. Li ho ancora, sempre, tranne quando si fanno i giochi dei grandi e allora anche le regine cedono la corona.
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