La mia cosa nella casa
Una volta ogni tre anni, più o meno, devo far correre un liquido acido e fumoso giù per lo scarico della doccia, altrimenti si intasa. E’ per via dei capelli che sono tanti, lunghi e furiosi; creano un groviglio stretto che è il groviglio fisico. Materiale. Poi c’è quello mentale ed emotivo, uno più sordido e ispido. Le troppe cose che sembrano senza sosta, le inerzie, le piccole ambizioni, ma soprattutto le parole, tante. Dette anche in tempi non sospetti, fuorilegge, senza che mi sia mai presa la briga di dargli un fondamento. Mi pare, anzi sono sicura, di avere sbagliato parecchio, non solo grammaticalmente. Prima di tutto con questa vita che ho scansato con maldestra presunzione. Poi con certi nomi e cuori e gentilissimi esseri che mi hanno gravitato intorno. Il tempo perso diventa esponenziale, si infittisce, come una trama pericolosa. A poco serve un bel ragazzo o una bella scrivania o gambe veloci, che peraltro non ho mai avuto. Nemmeno quando c’era da sgusciare tra queste campagne, da strisciare o scappare, furtive, bambine bellicose e sporche. Niente. A tratti mi pare di percepire il futuro come inequivocabile frode da cui mi dissocio e alzo le mani. E tiro i remi in barca. E mi appoggio al più banale sentimentalismo prima di stancarmene definitivamente.