A ognuno il suo
Alle sette di sera camminiamo perché l'aria gelida, abbiamo deciso, è molto bella.
Sembra di essere oltrecortina; gli altoparlanti diffondono musica natalizia per tutta la città, i baveri arrivano fin sopra il mento, le signore si lisciano il pelo.
Mi piacerebbe sedermi in un bar con le pareti di tappezzeria arabescata verde e oro solo per vedere se s'intona alla sua pelle, poi ordinare brodo caldo.
Ma penserebbe di aver sbagliato ragazza: la sua, quella vera, era la seconda da sinistra, bionda, con il cappotto bianco come la neve e la bocca che dice di darle sempre retta e andrà tutto bene.
Allora optiamo per un più contemporaneo wine-bar.
Ci sono i neon. Come nelle sale operatorie o in quei lunghi corridoi bianchi che conducono a parcheggi sotterranei.
Ho la gola secca.
Ordino un americano; Sara dice che mi piacerà.
Voglio fortissimamente brindare a Fazio dimesso, e alle briciole di giustizia che ci fanno esultare come piccoli insetti isterici.
Mi odia. Pensa alla tipa bionda.
Tracanno tutto, ogni liquido e odore, a stento riescono a staccarmi dai neon, vorrei inghiottire anche quelli, vorrei diventare un fachiro, una lampadina, una brava e bella casalinga di Voghera.
Così potrei avere servizio di limoges (600 pezzi), un'impastatrice, la tenda vista su marieclaire casa e
amici intimi per ogni occasione. Ah, anche la zia rincoglionita.
Mi guardi e io provo ad essere parecchio languida.
La proposta migliore che posso farti e di aiutarmi ad appannare i vetri di un hangar.
Ma tu dici che gli hangar non hanno che piccole finestre altissime. Ridi.
Corteggiarti dovrebbe essere il lieve pasto quotidiano, la merce di scambio alla frontiera.
Poi ognuno per sé.