Qual è la domanda?
La verità è che non ho più niente da dire.
Come i grassoni che si fanno mettere un anello allo stomaco, io me lo sono messa al cervello.
Subito sazia di parole, non ho voglia di ascoltare, di immettere; ho bisogno di vuoto.
Di niente, che sia niente, che assomigli al niente.
Fatto di lunghe pareti bianche, di soffitti saturi, di finestre senza cerniere.
Di parecchio verde e parecchio blu.
E di monosillabi.
Sì.
No.
Per il forse ho bisogno di profonda e dolorosa autoanalisi.
Lungaggini invernali
Un putiferio.
Poi la notte con i suoi drappi neri.
Oggi ho avuto una giornata massacrante: da un tavolo luminoso all'altro, da un computer all'altro
da una sedia all'altra: verso le 16 mi hanno offerto un cioccolatino.
La ragazza del cioccolatino.
Un putiferio.
Poi Philip Roth e il suo Animale Morente che mi sta facendo impazzire.
La macchina che cade a pezzi.
Avete presente una macchina discarica?
Avete presente quel sapore di amaro in bocca e nemmeno l'ombra di poter essere una che può ispirare
il nome di un profumo?
Un putiferio.
I sedili di pelle sono gelidi e scomodi.
E le parole sembra servano solo a consolare chi è più debole.
Io, io ho voglia di essere la più debole.
Prendermi seriamente sul serio e dire cose definitive, un basta, un mai più, un da domani sarà così.
Straziarmi, molto più che seduta per terra a piangere, come la ninfetta scontenta della protesi al seno.
Di più.
Un putiferio.
Poi i conti che si scontano, ogni giorno, senza sosta.
Il conto del noleggio dvd.
Il conto con l'ex, prima amico, poi examico, poi più che amico, poi examico promosso a compagno
di giochi. Poi solo ex. E che due palle.
Un putiferio.
Poi dicevo, ho detto: l'amore.
Una strana diplomazia e un latente conformismo, un do ut des implacabile; e le capriole?
Le piroette?
Ma non si era parlato (fra me e me al solito specchio) di bizzarro sentimento?
Un putiferio tutto questo misto candore.
Mentre gli ospiti brindano, io ho tolto le tende.
Ho bevuto tanto vino e detto tante bugie.
Ho ferito lei come in una commedia del fu AGE.
Ho messo la musica giusta e ora, nel pigiama erotico quanto una sacco di cemento in polvere,
vado a fingere di essere peggio di come sono.
Pezzettacci, pezzettini.
Il sole.
La ricotta - da cui Pasolini.
Gli occhi verdi - anche se ha detto azzurri.
Un paio di stivali.
La spalla che fa male - rotta all'età di 9 anni per imitare una trapezista.
(il giorno in cui mi tolsero il gesso svenni; svenni a casa, dentro la vasca. E fu l'abbandono.
Il corpo che non era più corpo, il suono ossidato, l'immagine ultima dei miei piedi laggiù, sotto il
bordo pieno di shampoo e creme. Ma non ebbi paura)
Il senso di inadeguatezza.
Il conformismo - da cui la dipendenza generale dalla tv.
Una pelle senza odore, perciò crudele e dispotica.
La noia - da cui il disgusto.
Le unghie rovinate.
Un neo nuovo.
I libri impilati vicino al letto. Troppi. Non ce la farò mai.
Il tempo perso ad armeggiare con i sentimenti.
Il collirio.
Pubblicazioni di regime.
La voglia di mangiare pesce.
Il telefono da buttare - da cui la consapevole e odiata dipendenza dal mezzo.
Jazz.
La pausa pranzo.