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martedì, gennaio 25, 2005
Mi vedo rosa Sono le sette e la neve punge i vetri. Mi avvicino alla cucina che mi inghiotte e mi risputa verso il bagno. Vorrei che uno spargisale mi passasse su certe emozioni non bene identificate e che i jeans di bucato non sembrassero cartapesta. Ho gli occhi succosi e nemmeno un orologio per tenere a bada tutto questo tempo. Sono le dieci e la collega di scrivania sospirando butta fuori fumo dal naso, poi dagli occhi, dalle orecchie, dalle mani, dai capelli e si dissolve lasciandomi senza respiro. Poi arriva la titolare e mi accusa di aver infranto un divieto importantissimo. Mi mette un segno rosso in fronte e fugge con il puliscivetri. Sono le tredici e vorrei pranzare con pane e fichi. Lo vorrei più di ogni altra cosa al mondo. Sono le quattordici, cerco fra le ultime nortizie quella della slavina di sterco che spero abbia travolto il premier, ma nulla. Allora continuo a coltivare false speranze, aspettando che la democrazia venga venduta in pratiche confezione tascabili e la libertà spedita con l'abbonamento al mensile di decoupage. Sono le sedici e preparo un'evasione: corde, ganci, limetta per le unghie e collirio. La vita è quella fuori da me, quella che tocca chi mi circonda; la mia sembra una prova. Gli orchestrali che si accordano, gli spartiti da sistemare, il direttore che lucida la bacchetta ed io nelle quinte ad aspettare, con l'odore di legno che mi si attacca addosso e la mente che inesorabilmente si svuota. Non ricordo niente, non ho imparato niente. Sono le dicissette, scappo, ho un fulmine per capello e la faccia stirata. Davanti a una vetrina mi sovrappongo al riflesso del manichino. Nessuno mi riconosce. Mi vorrei fare un regalo, ma mi viene solo una citazione: la cassa con il nastro rosa. Sono le diciottoequalcosa, il rumore degli "altri" mi pigia sulle tempie. Ma che si dicono? Di che parlano? Tutte quelle cose da dire per esempio io non le ho. Provo con la colla ad attaccare i pezzi di questa giornata, ma non ho una figura di riferimento. Allora tento con googleimmagini, ma viene fuori solo questo.
martedì, gennaio 18, 2005
Chanson egocentrique Se ci fosse la neve, sarebbe un silenziatore. E non lo sentirei più il traffico che ingoia la strada, la bocca che contorce parole, il tempo che stringe le spalle. Non sentirei sullo stomaco il peso di un'occasione non prevista, nè l'ironia che urla sottovuoto o il pavimento che cigola quando provo a esser leggera. Avrei le mani trasparenti e dentro porte che sbattono, si aprono, cadono. Maledirei impronte pesanti e farei scorte di sentimenti. Poi con la mente sempre nell'altra parte, proverei a capovolgermi per vedere fin dove arrivano fiocchi, giorni, cronometri e firme. E forse, per un attimo coperto quel foglio, tu saresti a testa in giù come me e in fondo alle mie scale non sarebbe più notte.
martedì, gennaio 11, 2005
Annessi, connessi e propositi Il sogno di stanotte: una strada di ghiaia bianca, una curva, alberi, luce tenue, io che osservo me scappare da un ladro, assassino, psicotico pallido, molto pallido, per poi vederlo trasformarsi in vari personaggi del tutto immaginari, pronti a offrirmi del caffè. Lo dico sempre che ho bisogno di dormire. "La ragazza tirava per la gonna una donna più grande di lei; il mondo sembrava la scatola dei Nipiol, quella di latta però, e le persone i biscotti da inzuppare nelle migliori delle intenzioni. Anche se poi le intenzioni non bastano mai. Avrebbe voluto mangiarseli tutti o divorare quello che del suo cuore non era sufficiente, ma la gonna cominciò a muoversi troppo velocemente e il giostraio le disse che era troppo tardi per scendere." Lo dico sempre che dei sogni ci si ricorda solo il meglio.
sabato, gennaio 08, 2005
Red Carpet La città inghiotte i passi. Mi sembra di scivolare addosso alle cose, alle finestre, ai portoni. Non mi sento romantica e non mi vedo bella. Al mio posto vorrei veder passeggiare quell'ombra incerta di ragazzina scalza, quei quaderni strappati, i pianerottoli invasi e le storie disperse senza starci troppo a pensare. Che a volte l'inverno mi divora dal basso, mi afferra per la gola, mi dilata, prende per il culo, offende, poi regala, inaspettatamente, poi mi lascia, sola, davanti ad uno specchio mentre tento di non sembrare una ridicola femmina da romanzo di quinta categoria. Mi faccio una crocchia, sorrido al passante e mi faccio un regalo.
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