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martedì, agosto 31, 2004
Una vecchia storia
Le cose non sono proprio andate così, ma quasi.
Appunto uno: mai mettere fiori nei contenitori per surgelati. Le foglie perdono di spessore e si afflosciano. Di vero amore lasciamo che ne parlino nelle fiction. Altrove si muove una marea di cui è piacevole essere incoscienti. Lasciarsi cullare, dondolare, trascinare, mentire, implorare, giurare, perdere la dignità sotto una finestra, illudersi, credere, regalare. Tentare di teorizzare. Finire col togliersi i vestiti.
Appunto due: mai scherzare con chi può fraintendere il gioco. E se accade non scappare. Rimanere a snocciolare perché e ottime ragioni. Invertire i ruoli solo per non dare troppo vantaggio. Ma il nemico non ha mai l'aspetto che crederemmo; di solito è molto meglio.
Appunto tre: mai perdere il senso del reale. La spesa da fare, la vecchietta da insultare sulle strisce pedonali, l'impostore che promette, l'angolo di strada che non cambia mai prospettiva. Passare lì ogni giorno, sapendo che forse non è oltre quel muro che sta la possibilità, ma nell'unico posto decente che ci resta dentro. Sempre che non servano sommozzatori per raggiungerlo.
venerdì, agosto 27, 2004
Cose di venerdì
Umorismo è quello della mia bilancia che stamattina segnava 11,5 kg.
Ipocrisia è voler allontanare dalla "normalità" Baldoni definendolo eroe, così da sentirci meno mediocri.
giovedì, agosto 26, 2004
La mia è una preparazione nozionistica
Sento odore di marcio. Sono io? Il cane? Gli altri, tutti?
Non saprei. Tappo il naso come quelli che andavano a votare per lo scudo crociato. Buon'anime. Vecchi curvi e illusi.
Dal canto mio infilo uno dietro l'altro buoni propositi come fosse natale. Un'allegria che non dico. Prima di tutto Lisbona. Poi non finire, di nuovo, la lunga agonia scopo abbreviazione prima del nome. Poi dimenticare la maglietta strappata, che ho scoperto non essere essenziale e cui forse qualcuno, con buona fantasia e buon cuore, darà un nuovo destino. Poi fingere di: sapere minimo quattro lingue, conoscere la cabala, guardare il canale meteo e praticare almeno uno sport estremo (no, bocce non vale). Fa molto chic, dice.
Poi lui, che fa lo scrittore, e lavora con altri scrittori, che fra di loro si scrivono e parlano, parlano, parlano, senza soluzione di continuità, con uno strano e frigido umorismo e con gli occhialini che fremono ad ogni citazione. Da questa apologesi ho dedotto con buona approssimazione che: bisogna emozionarsi insieme al personaggio, possibilmente sospirando, che serve silenzio ché si fa letteratura, che bisogna lasciar fluire flussi e fluidi di vario genere. Ma non ci si sente poi appiccicosi? Dicono di no. Che bisogna usare molto spesso la parola onestà, in qualsiasi contesto e pure in modo cialtrone, che il denaro è vile fino a quando, come per magia, rende l'uomo libero, ti puoi fare gli affari tuoi, non dipendi più da nessuno, ti prendi una casa in campagna, un cane, stai lì, scrivi... E che, mio dio, i russi sono pur sempre i russi, come si fa a non averli letti? Non so, riesco solo a pensare al liberatorio commento di Fantozzi dopo la corazzata Potemkin.
E' inevitabile. Mi sento piccola. E nera. Vorrei vedermi passare sopra il rullo compressore dell'ispirazione e della noncuranza prima di finire a parlare con serio trasporto di contaminazioni, melting pot, new age, generazioni post atomiche e omossessualità latente. Non posso farlo. Non potrei mai farlo. Ho l'asma, ho le gambe corte, non so prendermi sul serio, mi viene voglia di fare sesso quando non sarebbe il caso, amo il vino, ma non chi ne parla, a teatro sto comunque scomoda, non riesco ad impedirmi di menzognare, inventare, disperdere tempo e attenzione.
Infine, ma non con meno afflizione, ammetto un viscerale amore per l'ozio, la pigrizia, le affabulazioni e le facce toste.
Di fatto il folto gruppo accorso alla lettura del nuovo libro del giovane et promettente scrittore si è aggiustato nella notte a spinte e dichiarazioni di intenti, con l'ambizione stretta nella maglia un pò trasversale, col telefono che riceve poesie mica pizza e fichi, col mio silenzio dopo che lui ha chiesto "ti piace?". Ed io che non sapevo nemmeno più cos'ero andata a fare.
martedì, agosto 24, 2004
Ma non era una canzone?
Quelli che senza l'aggettivo "speciale" sarebbero persi... Quelli che sotto il tavolo succede sempre qualcos'altro... Quelli che non sanno che le occhiaie da pianto e strazio si coprono con un prodotto verde... Quelli che ancora non ci sono arrivati... Quelli che la mattina ha l'oro in bocca... Quelli che vivono citando le canzoni... sbagliate... Quelli che non sanno tenere le posate... Quelli che l'anno prossimo però vado in barca... Quelli che le olimpiadi sono taroccate... Quelli che non dormono mai... come me.. Quelli che al posto tuo io non l'avrei fatto... Quelli che rubano i quadri... Quelli che stanno a guardare... Quelli che bussano alla porta alle otto del mattino... Quelli che ho un rapporto intimo col mio telefono... Quelli che l'aperitivo è sacro... Quelli che non hanno ancora visto niente...
sabato, agosto 21, 2004
Cartoline
Le senti le voci lontane? Sopra il pianoforte; sono quelli che non la smettono mai di parlare. Un pò li odio. Io e il mio cuore da pianobar. Disinfettato e storto. Li senti? Si sono fermati. Ora non ci sono più a digrignare le labbra e sputare sentenze e vociare nelle file basse. Ho l'orecchio disturbato. Ho l'animo ingentilito dal contrabbasso. Potrei quasi alzarmi per ballare. Balleresti con me? Ma no, poi sarebbe così scontato e preciso; io non ho mai avuto niente di preciso in vita mia. Sono una che ha sempre lo scarto in eccesso o in difetto. Restiamo seduti. Il cantante è spettinato, un pò ondeggia sui tasti e lancia sguardi in tralice. Chissà se qualche signora a fine serata ne raccoglierà uno. Chissà se si può parlare di sentimento quando è tutto così compiaciuto e acustico. Lui canta senza sforzarsi troppo, allungando le vocali, nascondendosi fra le spalle da smoking. Un cantante in smoking sembra fuori tempo massimo fra grumi di vesti attillate e braghe di imrprobabili lunghezze. Tutto sembra fuori tempo. Qualcuno vorrebbe battere le mani. Qualcuno vorrebbe una camera d'albergo. Qualcuno non sa ancora cosa può succedere. Senza l'ovvia e algida serata al neon. Cosa vorresti fare? Rimanere qui, fra il ghiaccio che tintinna nei bicchieri e la gente sbagliata che scivola via. Rimanere mentre la sigaretta si consuma e le luci diventano sempre più sottili. Ed io con loro.
giovedì, agosto 19, 2004
Di due in due
A chi interessa sapere il mio punto debole? La mia propensione per la penombra? Il farneticante rifiuto per le convenzioni?
Se potessi decidere, sceglierei non molti metri quadri, nessuna mattonella, un balcone e parole che sarebbero più di altri che mie. Io starei con le "amate carte" mentre le perdite verrebbero sistemate e gli spifferi fermati.
Potrei anche discernere sulle varie definizioni di pane in cassetta, di piatto doccia e ingresso. Ma alla fine resterebbe il solito sguardo stralunato di chi non ha voglia di nulla tranne di.
Nel mentre l'estate finisce come nelle canzoni degli anni '60. Il mio appetito aumenta e il cabaret si fa sulle coste smeralde. I deus ex-machina vengono spodestati e si pensa all'oriente. Nelle vetrine già ci sono i cappotti, ma il corpo ancora si illanguidisce pensando al fresco delle lenzuola. E al desiderio rimasto nella mente.
mercoledì, agosto 18, 2004
Intercettazioni telefoniche
- Sai che non so più che giorno è? Ho perso il conto. Mi sembra un secolo che non ti aspetto. Un secolo che sei qui. - Potresti cercare di essere ottimista. - Vorrei solo un pò più d'umorismo. - Nessuno pensa all'umorismo parlando di crisi di coppia. - Appunto. - Io sono sempre qui. - Sempre in fondo a destra? - Click - Pronto? Domani ricordami di non chiederti che giorno è.
martedì, agosto 17, 2004
Arrondissement
Storie che restano ferme. Nella mente. Idee separate dal corpo, fantasie e intenzioni mal riposte. Attese, spostamenti, ricerche. Storie.
La realtà si può dividere in distretti: Distretto dell'incontinenza verbale. Distretto della prescrizione medica. Distretto dell'ansia. Distretto del me ne frego. Distretto del cabaret. Distretto del...
Da qualche mese sono in quello del già visto e sentito. Solo che ne ho la percezione chiara solo ora.
Devo chiedere il trasferimento.
Se fossi brava applicherei regole di disciplina e tensione emotiva. Invece. Mi allungo nella peggiore delle immagini, quella del benessere senza giudizio. Quello da piedi nudi e tempo indeterminato. Quello di una dialettica senza ricami. Poche risposte, ancor meno domande. Quello di chi non si aspetta e per questo riceve di più. Quello del frigo pieno alle tre di notte. Quello di chi non ha un passato a cui rendere sempre conto.
Storie e ancora storie.
Io, se potessi, proverei a raccontarle, ma davvero non lo so fare.
giovedì, agosto 12, 2004
Punto e a capo
Sì è vero, non sono brava con le mappe, con i pennelli e non racconto molte storie. Ho un dente scheggiato che solo io riesco a vedere. Nuoto benissimo e vorrei una barca a vela.
Di notte sento che non c'è mai abbastanza spazio intorno a me. Divento esponenziale.
Tradurrei le scelte di chi si allontana. Lo farei. Se non mi ritrovassi ogni volta a smuovere la terra e incrociare le braccia.
Chi non mi conosce mi trova altezzosa e rigida. Chi mi ha conosciuto ha fatto suonare più di cento versioni di My Funny Valentine. Solo perchè durante la notte non ci fosse nemmeno uno spazio vuoto. Chi mi conosce ora prova a dare una versione definitiva dei fatti. Malgrado gli aggiornamenti continui.
Il contrario di ciò che vorrei dire è il meglio in cui riesco.
Ho fiuto per le vite altrui. Ma solo perchè non mi appartengono mai.
Mi piace sedermi e pensare che solo qui ho così tanta attenzione per me. Il resto del tempo me lo gioco puntando su carte coperte.
martedì, agosto 10, 2004
E le stelle stanno a guardare
Di solito non festeggio. Per snobismo e spirito di contraddizione. Ma stasera spero cadano su me e il mio nome abbastanza stelle da sciogliermi capelli e gambe e mani. Spero che le parole siano giuste. Le luci lontane. E tu, distaccato, inesistente, anonimo, solo un puntino di cui seguire l'iperbole.
lunedì, agosto 09, 2004
Banco di prova
Alla fine niente conta e nulla è mai ciò che sembra. Ad esempio, io se fossi l’incarnazione dello shampoo con cui mi lavo i capelli sarei leggiadra e bianca e profumata come una fottuta gardenia. Che fra le altre cose è il fiore che preferisco. Invece. Sono tra il giallo e il marroncino, con un asciugamano turbante in testa e il telefono in mano. Ma di questo parlerò dopo. Dicevo, ho un asciugamano e tento di non fare revisionismo. Se avessi detto, parafrasi, poteva andare se, parafrasi, io credevo che, parafrasi… Cose così, mentre l’afa mi appiccica al lunedì e dalla campagna arrivano odori di un mondo che ricordo soltanto.
E mi vengono domande sulle donne, femmine, compagne, ragazze, signore, lieto evento della vita di genitori derubati dei sogni e sfamati in occasioni sempre meno rare. Mi chiedo la verità. La chiedo anche agli altri. Sono troppo stupida per i docili inganni delle bugie; sono una che abbocca. Ecco tutto. Allora ditemi la verità. Perché l’umidità fa male al collo giovane come al vecchio ed io non reggo una testa tanto pesante senza sapere perché manca sempre un tassello fra la volontà e il risultato. Un tassello fra la pazienza e l’ottusità. Un tassello fra la fame e la noia. Cose così. Invece. Mi tolgo l’asciugamano e se non fosse per l’eccessivo realismo dei miei capelli sconvolti potrei pensare di avere la giusta dose di fascino e mistero, tanto da lasciare tutto in sospeso. Invece. C’è ancora il telefono.
sabato, agosto 07, 2004
Viaggiare leggeri
Nella valigia di una vacanza che non c’è metto: tanto jazz, ma pure i Franz Ferdinand, bossa nova e i miei adorati Beatles. Metto l’olivetti che non ha più la enne e qualche rotolo di nastro. Metto due foto, un anello, fazzoletti ricamati e scarpe comode. Anche quelle con dodici centimetri possono essere comode. Metto occhiali, il mio profumo, il rimmel, libri a profusione, il trench e la zanzariera da appendere sopra il letto. Una tazza di latta di quando ero davvero piccina, qualche parola di donna e immagine di uomo.
Metto il vestito nero e un paio di forbici. Metto un asciugamano bianco grandissimo che sa di bucato, una bustina di tè e la bottiglia di martini. Metto sigarette contate, lo smalto rosso, una pinza per i capelli, un tubetto di colla e una matita. Metto anche le cose molli come le speranze e quelle difficili da incastrare come i ricordi. Metto indirizzi di persone dimenticate e iniziali di quelle da dimenticare. Metto la malinconia per la politica che non esiste più e qualche buona dose di disincanto, metto anche il sigaro preso a cuba e mai fumato.
Metto un mappamondo, la voglia di cambiare e tutte le volte che ho battuto il culo per terra. Sapendo che la prossima sarà sempre quella più dolorosa. Metto il modo in cui una notte ho finto di sposarmi e il desiderio di non rimanerne imprigionata. Metto una casa piccola vista solo al buio. Metto l’avversione per gli orologi, per i maschi codardi e per gli insetti. Metto poche promesse e tutte a me stessa, una piccola scultura di terracotta, una cosa molto antica e una cravatta di mio padre.
Metto così tante cose che quasi questa valigia non riesco a sollevarla; sarà il caso che cominci a svuotarla, a scegliere, a eliminare. O semplicemente diventare abbastanza forte da tirarla su.
venerdì, agosto 06, 2004
Date da bere agli assetati
Ho sete, mi sembra di aver sete dalle caviglie. La bocca asciutta, quasi amara, e la lingua che si stacca dalle parole. Ho sete e so esattamente quanti passi e gradini mi separano dal frigo. Da quel luogo di rarefazione e conservazione. Se potessi ci metterei certi momenti della vita. Lì a ghiacciare tra lo yoghurt biologico e sano e tanto buono solo perchè sul barattolino c'è l'immaginetta di un prato fiorito e il cartoccio con la fettina magra, rosa come la pelle di un neonato. I momenti migliori fra latte e proteine, a conservare la loro bellezza, il profumo, il tatto e la sensazione, mia, egoistica, di felicità. Sì, perchè la felicità è prima di tutto egoismo.
Ho sete, penso all'amore e lo vedo freddo. Ha gli sfondi dell'inverno, le sagome dei cappotti, la forma dei respiri che condensano nell'aria e il buio. Quel buio che le amministrazioni comunali combattono con lampioni che vanno dal ceruleo all'arancio sbiadito. E intorno l'atmosfera cambia senso fino ad assomigliare sempre più ad una riproduzione del reale. Una vita vera sì, ma fino ad un certo punto. Tanto qualche piccola menzogna ce l'abbiamo tutti.
Ho sete e qualcuno continua a ripetere che per ricomiciare bisogna prima finire. Almeno una volta. Quindi ora vado giù, prima finisco un bicchiere e poi ne ricomincio un altro.
giovedì, agosto 05, 2004
Henry Cartier-Bresson

In mia assenza, lasciate tutto com'è.
mercoledì, agosto 04, 2004
Fa la magia tutto quel che vuoi tu...
Non grazie a una fatina, ma a un fatino, tutto è tornato come prima. Ora mi ci vorrebbe anche il fatino dei contenuti. E delle idee. E quello che aggiusta le bussole, visto che ultimamente sono un pò disorientata.
Metti una sera d'estate (le vere soap opera non finiscono mai)
Un lui e una lei stasera al mio stesso tavolo. Belli in modo ovvio e leggermente abbronzati. Lei gli prende la mano. Lui sorride. Io mi aspetto da un momento all'altro di veder sbucare fuori il regista e una cinepresa. Loro continuano a sorridersi.
Stessa scena l'anno scorso. Stessa tranne che per la protagonista femminile.
Siamo un pubblico esigente. Lui non riesce a trovare la giusta empatia per le battute. Cambia, fa provini, si chiude in albergo, arriva all'altare.
Un anno bionda, uno castana, uno mora. Importante è non perdersi in rimpianti e nostalgie.
L'anno prossimo gli chiedo se per ravvivare la sceneggiatura possiamo introdurre un'esplosione, una scena di svenimento, qualche parrucca e un'astronave.
martedì, agosto 03, 2004
Desideri
Rivoglio il mio templaaateeee...! O il numero di telefono della fatina dell'html. Tutto qui.
Errata corrige
Questo nero non mi piace. Non lo so cosa è successo. Anzi sì: ho fatto quello che non avrei dovuto. Rivoglio il bianco, questo è certo.
lunedì, agosto 02, 2004
Trailer
Il caldo sembra circolare come moneta di scambio nella maggior parte delle conversazioni. Vorrei tralasciare.
Oggi penso quando alla stazione di Bologna avevo il mio cappotto nero e gente sconosciuta mi correva intorno; sono in ritardo, sono in anticipo, dove hai parcheggiato, dove andiamo. Il regista nella testa che continuava a ripetere carrello lungo, poi al primo semaforo stop.
Di solito il sapore delle cose buone nella memoria si disperde e diventa più che altro una ricerca, nel presente, di qualcosa che possa somigliargli. La città di notte uguale al ticchettìo delle mie scarpe nuove. I fiori rubati per me uguale ad aspettare la pioggia. Le parole difficili uguale a chiudermi nella penombra della camera.
Ci sono i passaggi da rispettare, tutto qui. Sono obbligati, sono dietro l'angolo, sono raramente comprensibili o assecondabili al primo impatto, ma questo non significa che sia giusto deviarli. L'assenza uguale passaggio. Le speranze uguale passaggio. La rimozione uguale passaggio.
Il regista oggi dice bianco e nero - primo piano al mento appoggiato sulla mano. Musica. Taglia.
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