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domenica, agosto 31, 2003
Devo andare. Lo devo fare. La grigliata di ritrovamento è ai blocchi di partenza. Come ogni anno credo avrà la meglio su di me.
La mia è una memoria olfattiva. Li ho tutti nel naso: la cipria antica, l'acqua di colonia, l'odore dolce del suo collo, la donna francese in Senegal, le mie mani al mattino.
Le nuvole di prima non ci sono più. Stento a credere in un cielo così limpido.
Poche parole e capelli bagnati. In fondo O. ha ragione, scrivo per me stessa. Ma non saprei dire se c'è uno scopo. Ne potrei inventare uno per darmi un tono.
sabato, agosto 30, 2003
Mi accorgevo di lui quando guardavo fuori; i suoi contorni sempre lì alla finestra, quell’attesa ostinata. Me lo sono chiesta spesso perché lo facesse. Apparentemente sembrava una persona comune; una volta l’ho incontrato in un supermercato. Vino, sapone, ricotta ( anche a me piace la ricotta, pensai), insomma niente che potesse rivelare una solitudine più grande di quella di chiunque altro. Eppure, costante, passava le sue giornate dietro vetri puliti, un sigaro, le braccia conserte. Io nascosta dalla tenda guardavo il marciapiede: doveva essere per una donna. Fa parte dell’egoismo femminile credersi il motore di ogni azione, di un’arcaica tradizione che ci assimila alla terra generatrice. Una donna dunque. L’immaginavo: capelli raccolti, trench, mani curate. La donna che raccoglieva la cenere del suo sigaro se n’era andata per cercare di comprendere l’amore impassibile, geometrico, sospeso di quest’uomo dagli occhi chiari. Nella mia mente sorridevo all’idea di tali deduzioni, ma non mi bastava. Volevo capirla quell’apparente calma, in un certo senso volevo possederla, sapevo che in alcuni momenti mi sarebbe servita. Mi avrebbe permesso di frenare il mio istinto, sempre pronto a sciogliere ogni nodo con un semplice “ deve essere così, lo sento”. Il fumo si dissolveva contro la finestra, un altro giorno stava per finire e lui scompariva dietro tende di bisso. Chissà cosa nascondeva quella casa. La donna immaginaria non tornava ed il sigaro si consumava lentamente. Il mio errore fu quello di aver creduto che quell’esistenza che silenziosa si dipanava nel palazzo di fronte, fosse custode di imperscrutabili rivelazioni. Quel giovedì lo ricordo ancora: cielo grigio e vento. Entrai nella solita caffetteria di quartiere svogliata e chiesi un tè nero; perduta a fissare il liquido scuro, le piccole onde, il vapore che mi scaldava il viso “ Scusi”. Alzai gli occhi, era lui. “ Mi perdoni se la disturbo, ho dimenticato sotto la sedia il mio ombrello”. Era vero, sotto di me il suo ombrello con il manico di legno; credo di essere arrossita. Lo guardai con occhi interrogativi e dissi, senza alcun senso, “ ma non piove” . Sorrise e con voce limpida disse “ No, non ancora, ma lo farà. E quando arriverà voglio essere pronto. E’ molto che l’aspetto, lei dovrebbe saperlo.” Il tè nero non l’ho mai finito; ho guardato le prime gocce di pioggia scendere e la sua sagoma lontana senza una donna accanto.
venerdì, agosto 29, 2003
Doccia, Tribalistas, casa vuota. Zio giuliano diceva " tappati il naso, fai un giro su te stessa e vadrai che tutto andrà per il meglio". Ora provo.
Buoni propositi e ferrea volontà. Bene, bravi. Io mi limito a dirvi sempre no, ad allontanarvi, a rimettere le distanze. E che siano Gertrudi, Filomene, Moniche, spero siate felici. Fuori di qui.
Vento e cielo mutevole; mi piace questa indecifrabile atmosfera, mi somiglia. Niente di definitivo da metabolizzare. Solo un primo pomeriggio lento.
Domani voglio passare su ogni probabile errore per non essere; voglio eliminare e scardinare. Voglio sorridere e disattendere. Voglio svegliarmi, passeggiare con il cane, fare i biscotti, costruire una sedia. Voglio che tutto sia possibile e lontano cosicchè io non possa sentire dolore. Voglio le mani, le parole ed il respiro.
Le frecce sono impazzite; non sono gli aculei, forse le parole. Non sono le promesse, ma le attese. In fondo sono solo una ragazza.
giovedì, agosto 28, 2003
Oggi latito. Stasera lo vedo sì Marte, lui, sua madre e il chioschino in cui fanno la "crescia" più buona che abbia mai assaggiato. Aspetterò l'incontro fatale stile Homer in overdose da ciambelle, scarozzando amico in odor di tesi e mettendo a sua disposizione il mio talento di fotografa. Però se anche oggi ricomincia con la solfa - sei antica, con tutta 'sta roba.. comprati una digitale - giuro lo mollo con 20 euri per una usaegetta. Fai tu!
Sera con amici e naso in su, cercando Marte o, diciamo, vita nell'etere. Nessuna grande scoperta astronomica dopo litri di birra, patatine e qualsiasi schifezza esistente in commercio; credo che la nostra capacità di osservazione fosse piuttosto scarsa. Questo giovedì sta cominciando in maniera sospetta e non si tratta del martini!
mercoledì, agosto 27, 2003
C'è sempre qualcuno pronto ad organizzarti la seratina, a portarti nel posto giusto o al limite, se proprio te lo meriti e solo per te, a presentarti qualche diavolo macchinone munito, tavolo in discoteca munito, sorriso smagliante e siampagn, quando è il momento giusto. C'è sempre quello che cade nei tranelli di una carta di credito che sfreccia più della maserati. C'è sempre il lampadato con camicia bianca. Mi si dice " tesoro, è un posto che parla un'altra lingua!" Credo di parlarla già, infatti non vi capisco. Ho il sugo che mi aspetta.
Io lo so, caro ingegnere, cosa vorresti farmi. Non provare neanche ad avvicinarti! Sei troppo brutto.
ULTIME DAL CORRIERE
Spunta la tassa di solidarietà sull’anzianità.
E’ stato il demonio a farmi sparare, la mia famiglia ha il malocchio.
Un’altra denuncia per Santoro: “Deve ridarci lo yacht”
Parigi, i cuochi dei potenti si scambiano i loro segreti.
Mafia, torna l’intesa fra Riina e Provenzano.
Dall’Afghanistan all’Italia, sedicenne muore tra le angurie.
A Pantelleria, Azzurra e il Presidente.
Ho dei seri dubbi, forse domani non lo compro.
Primo passo: costringere M. anche sotto tortura, a installarmi la radio.
martedì, agosto 26, 2003
Ho sei cubetti di ghiaccio nel bicchiere ed un anello all’indice sinistro; una volta mi è stato detto che è da donna volgare. Figurarsi. La stessa persona lo pensava anche della Hepburn: ho detto tutto. La sete mi fa impazzire ed anche la distrazione, che mi rende vulnerabile. Vorrei avere dei pensieri sensati e ordinati, come le brave ragazze che sanno sempre cosa dire e come scriverlo. Il ghiaccio si scioglie incurante delle pause fra una frase e l’altra, ma cosa importa, sono solo giochetti. Parole notturne. Mica come le lunghe peregrinazioni che incontro. Il mio cervello va ad intermittenza, come i miei pensieri. Si perde in vissuti a colori, nelle foto in bianco e nero, nelle frasi che non si vorrebbero mai sentire, si sofferma, poi trabocca in un colossale chissenefrega. Beh certo, non è il massimo del buon gusto, ma onesto, questo sì. E’ quasi mercoledì, ed io non sono abituata a dire subito - va bene -. Dalle mie parti mi chiamano “rustica come la carta vetra”. Così aspetto che il martini sia completamente gelido e che il paradigma di quest’anarchia venga fuori. La notte è ancora lunga…
Grazie al Dottore che ha evitato l'imminente chiusura di questo blog, ristabilendo ordine e ragione. Grazie al pr che, a circa un km da me e ignorando la possibilità di utilizzare al telefono un tono di voce umano, mi ha informato che offrirà ai suoi amici vip, vino bianco, bollito e patate. Grazie a M. che neanche oggi mi ha installato la radio. Grazie alla libreria per essere chiusa, altrimenti avrei molti meno soldi a quest'ora. Grazie a P. che mi chiama per ricordarmi quanto sono meravigliosa, quanto è in ansia per i curriculum, quanto " forse non te lo vuoi sentire dire". No, infatti. Grazie a Laura per i week-end in preparazione e, in anticipo, grazie a Mauri per la disponobilità e la casa. Altro? Per ora no.
lunedì, agosto 25, 2003
Cara A. insomma neanche questa volta ci siamo riuscite. Eppure siamo noi che solitamente ridiamo degli altri, che ci inventiamo e cambiamo i nomi. Viola, ricordi? La tua voce era serena e questo già basta; solitamente si alza di almeno due toni. Quando sei ubriaca cambia completamnte; ricordi quella notte sedute per il corso, brille, felici, tu gracchiavi al metronotte di lasciarci in pace. Lui se la rideva. Ti sto chiedendo troppo, sono molte le cose vissute. Non siamo due romanticone enfatiche, ma al momento giusto sappiamo versare qualche lacrima; era novembre e tutte le altre si accusavano con cattiveria, noi ci siamo chiuse in una piccola camera umida e abbiamo pianto. Non c'era niente da recriminare. Ora sembra impossibile fare altro. Ho la certezza di averti perdonato tutto in anni di complice e blindata amicizia, ma ora capisco che non ti ha lasciato molto; vorrei avertelo insegnato. Con il solito sorriso, che tu chiami "da donna di mondo". Lo sai, queste sono parole che non ti raggiungeranno mai. C'è ancora bisogno di tempo; io lo osservo e tu? Un bacio.
Ci sono passi che vorrei fare. Sento che è il momento giusto. Potrei costruire la mia vita in un pomeriggio come questo; la pace della musica francese, la morbida pigrizia. I collages, la colla che appiccica anche la tastiera. Mi sento libera e, come tempo fa, predisposta alle risa; non che qualcosa di speciale abbia risollevato le sorti dei giorni trascorsi, semplicemente una traccia di consapevole distacco si è insinuata... ho ancora tutto vivo dentro me. Tutto. Non importa che sia chiaro o scuro.
Niente pioggia. Un cielo limpido e assoluto sopra i miei strani percorsi mentali. Va più che bene. Liti, discussioni, ragionevoli alibi: non sono io ad essere la peggiore... boh, non mi interessa. C'è qualcosa di straordinario nel ritrovarsi.
Mangio pane alle olive ed ho un pacco di Galatine che mi aspetta: sono, come dire, inquieta. La piccola città si surriscalda, non solo per il clima, ma per l'annuale festa cittadina. Nonne tirate fuori dagli armadi e molesti bambini al pascolo; confusione di voci e colori, palloncini, carrozzine. Tento di stamparmi in faccia un' espressione ragionevole, forse per un pò ci riesco. Poi, nel turbine del "hai visto Tizio, Caio e Chivuoitu" scorgo qualcosa di davvero sorprendente: exmiglioreamica ed exfidanzato psicotico, depongono l'ascia di guerra e dopo odi, miserie e malignità si scoprono sorprendentemente irresistibili. Grandi risate; chissà quando la loro mente ha rimosso la feroce "antipatia" reciproca? Sorridono, mi guardano ed io penso che forse dovrebbero sposarsi, senza proliferare. Ma le cose da osservare sono troppe e la loro recita forse un pò forzata; è inevitabile, qualcosa mi distrae. Non so. Forse il buon odore che A. mi ha lasciato nel naso; davvero una sorpresa inaspettata in un giorno nero, forse le sue verità limpide o la mia vergogna. Forse l'attesa di un chiarimento, con me stessa. Forse la delusione ed il desiderio di allontanarsi da quel ragazzo in bicicletta. Mi piace pensare che domani ci sarà la pioggia ed io mi sveglierò con il solito malumore, piena di parole solo per me.
domenica, agosto 24, 2003
Girarci intorno ancora e ancora; ma poi le pressioni si sommano e la matassa va sbrogliata. Come un rebus, in cui però mancano quasi tutti gli elementi. Non so se sono abbastanza forte ed equilibrata per inventarmi e appagare chi mi sta vicino. I miei pensieri seguono un iperbole che ha il sapore dell'abitudine; niente di nuovo sotto questo sole. Forse chiedere agli altri di non stupirsi è davvero troppo, forse la rapidità delle mie paure è incomprensibile, come la fermezza dei miei no. Sono passati i giorni dello stupore e tutto torna a scivolare via. Dunque sono solo io a poter dire "non lo so" senza sentirmi tremendamente superficiale. E' un'illusione che piace a tanti; finchè le possono dare un nome.
sabato, agosto 23, 2003
Sono gli ultimi rovinosi giorni. Tento di rimanere attaccata a qualcosa che possa dirsi reale: la maglietta della bambina indiana in autobus, le tele rosse al museo, le lezioni infinite del prof. Osro. Ho bisogno di tutto questo, altrimenti potrei perdermi e ritrovare senza ricordi, senza la vita che minuziosamente ci insegnano a costruire fin da bambini. Allora che farei? Del suo sguardo benevolo che ne sarebbe? E delle notti insieme? Forse mi dovrei attaccare alla bottiglia, ma c’est ne pas chic; forse dovrei tornare alla mattina in cui mi dissero” è ora che ti nascondi”. Ripercorrere le strade con gli occhi a terra e lo stordimento di chi intuisce che la propria vita sta per finire; no, non avevo paura di morire, semplicemente stavo perdendo tutto, e non avevo uno straccio di fede cui attaccarmi. E’ stato allora che per la prima volta ho inghiottito il mio orgoglio. Bene, sarei andata . Con la piccola borsa di tappezzeria francese di mia madre ho guardato Fatù con gli occhi più limpidi e severi che potessi e mi sono lasciata il buon odore della nostra casa alle spalle. I giorni di battaglia o sotto le coperte. La mia collezione di sassi, le prime foto, il futuro. Cosa possono farsene queste mani, ora, di tanta insopportabile felicità? Hanno assicurato che fra poco potrò tornare; con la stessa valigia e gli stessi occhi severi. Ho praticamente dimenticato la disposizione dei miei libri e non ho idea di dove nascondessi la chiave di scorta. L’avevo fatta dopo una notte passata in giardino tentando di ricordare se avevo lasciato il mazzo in biblioteca, chissà dove per strada o da Damien che io chiamavo "il Veggente" perché nelle sue foto, inspiegabilmente, c’era sempre qualche traccia del futuro. Il giorno che mi immortalò di fronte all’abbazia di Aghios Nikolaos decise il mio destino. E pensare che quegli affreschi ora li ricordo appena.
Scrivo di notte per i troppi caffè. Da sempre sostengo di essere immune alla caffeina, ma a quanto pare mi sbagliavo. Scrivo di notte come i vagabondi o i folli senza nome. Scrivo mentre gli altri dormono e la casa è silenziosa; non ci sono passi e tutto si risolve in corridoi bui. La geometria dell'abitazione azzerata, come le singole esistenze. Scrivo per fuggire ad un letto troppo grande che non trattiene, ma severo aspetta la mia solitudine. Va bene, è così. Ma non avrà lacrime, nè pose melò. Lo occuperò tutto con una diagonale perfetta. Non si può sentire la mancanza di chi deve ancora arrivare.
venerdì, agosto 22, 2003
Ecco la mano sconosciuta. E quella di quattro anni, dell'ingiusto e dell'ingannato. In fila di fronte a me come le tessere del domino che da bambina perdevo, sistematicamente; mi fa sorridere la confusione che si fa sul mio conto. Forse è anche "colpa" mia, dell'incessante desiderio di mischiare le carte, succeda quel che succeda. Comunque continuo a bere Martini e mangiare pistacchi, mi nascondo dietro enormi occhiali neri sfoderando sintomatico mistero.
martedì, agosto 19, 2003
Per il grande ritorno jazz, ELLA, ovviamente. Lo zaino è lì, ancora ad implorarmi, questa volta di svuotarlo, pulirlo, sistemarlo. Le scarpe sono vicine, impolverate, come la borsa arancione e tutto ciò che ho seminato per terra. Il disordine - inteso come predisposizione prima di tutto mentale - è una costante nella mia vita. A volte arriva ad essere soffocante, altre è la peggiore disgrazia che si possa vivere. Ma la prendo con allegria, anche perchè poi sta a me rimmettere in ordine; ed è forse il momento più onesto che io possa vivere. Così eccomi a cercare un filo per tredici lunghi giorni di vacanza: ho tutto, quaderni, appunti, le immancabili sciocche foto... è la volontà ( vedi un pò!)che manca. Da un lato ci sono i resoconti, le cronache e le spiegazioni, che già temo. Dall'altro la costruzione e la ricchezza, ma è già tutto stato nascosto; rimangono le fin troppo banali mpressioni di viaggio. E perchè scadere nel prevedibile a sole 17 ore dal rientro? Davvero non mi sembra il caso...
Di nuovo a casa. Tutto sembra uguale, anche le domande. Bene, può essere rassicurante. Creta è ormai alle spalle; ho molte parole per quasto viaggio, ma ancora non è il loro tempo.
martedì, agosto 05, 2003
Sono tentata, ma non lo farò, non mi lancerò in lacrimevoli ringraziamenti: sono contenta per ogni passaggio, per ogni stupore, per ogni scoperta. E' talmente retorico da fare tenerezza, ma non importa. Tra qualche ora ho un aereo, lo zaino, buon'anima, è pronto, gli occhiali, i biglietti... c'è tutto. O quasi. A presto.
lunedì, agosto 04, 2003
E' inutile girarci intorno: domani partenza. Magliette e bikini, zoccoli, creme, libri, un quaderno... Sarà il caldo o l'ormai esigua linea di confine fra sonno e veglia, sarà l'esordio nervoso di questo lunedì, sarà che non ho voglia di pensare, ma davvero perdo il senso di ciò che scrivo. Capirai...
sabato, agosto 02, 2003
Alle sette di questo sabato d'agosto sembro essere l'unica senza una partenza imminente, una festa organizzata, un sabato da ingoiare; l'unica che ostinatamente rifiuta inviti, telefonate, incontri. "Dai, ma sei un'asociale!" Boh, forse... A volte può essere confortante sapere già in anticipo le battute da dire, aver appreso la parte insomma, altre volte, invece, toglie il fiato ed il senso di soffocamento è tale che una birra (per me letale) al buio, in terrazzo sembra essere l'unica possibile scelta. Niente, troppo bello, neanche questo... Vorrei avere km da fare, ma il sabato è qui, ora e non sembra volersi fare da parte.
venerdì, agosto 01, 2003
Oggi la mia soglia di tolleranza rasenta lo zero.
Zona partenza, martedì. Ho uno zaino che implora di essere degnato almeno di uno sguardo e pensieri da sistemare. C'è qualcosa di oscuro dietro tutto questo.
In fondo sono prevedibile. Mal tollero chi trascina rumorosamente per terra zoccoli e ciabatte, chi urla al telefono, chi pensa che dire grazie sia elargire chissà quale concessione, piuttosto che una fondamentale regola di buona creanza (atteggiamento, peraltro, in disuso). Ascolto Waiting Vain versione Annie Lennox e mi chiedo se in realtà la parte più bella dell’amore sia la creazione. Anch’io mi trascino dietro schemi, regole, presunzioni.
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